Fuori dalla porta tre c’era un mobiletto basso; sopra, un portadocumenti di plastica. Bisognava depositare lì le richieste per le lastre.
Ce ne rendemmo conto dopo aver vagato nel corridoio e aver chiesto ad un infermiere che non sapeva nulla. Ce lo disse una signora simpatica che già aveva esperienza. Se non lasciavi il foglietto in quel luogo specifico potevi aspettare dietro la porta tre tutto il tempo che volevi: nessuno ti avrebbe prestato attenzione. Un ragazzo che zoppicava accompagnato dal padre. Io con il mio collare e M che mi accompagnava. Eravamo le uniche richieste fino a quel momento. Mi sedetti a guardare la parete di fronte e M si mise a passeggiare. Poco dopo tornò e mi spiegò la ragione della confusione che si osservava nel lungo corridoio:
- Hai visto chi c’è seduto là? E’ un calciatore della Juve. E’ un brasiliano, si chiama Amauri.
Mi voltai sfacciatamente, con tutto il corpo, come solo può girarsi una persona col collare. Non avevo idea di chi fosse il calciatore in questione. Però in un secondo ti rendevi conto. Il calciatore firmava un foglietto che restituiva a una persona in camice, che sorrideva e gli dava la mano come fossero stati amici da anni.
Davanti al calciatore, un tipo con gli occhiali, completo grigio intonso e cravatta piana; parlava al cellulare. Le spalle appoggiate alla parete ma il corpo ad una sana distanza grazie alla posizione assunta. Il ginocchio piegato, la gamba alzata, la scarpa contro le piastrelle della parete. Come i fenicotteri.
Il calciatore e zampa da fenicottero erano insieme.
Il tempo passava e i camici e alcuni pazienti continuavano ad avvicinarsi a quella zona. Soprattutto quando arrivò un secondo calciatore. Il luogo si convertì in un Pronto Soccorso VIP.
- Anche quello è un giocatore della Juve. E’ argentino, ovviamente adesso è naturalizzato italiano. Si chiama Camoranesi – mi disse M.
I calciatori si salutarono amichevolmente e parlarono tra loro, non so in che lingua.
In quel mentre, dal fondo del corridoio arrivò un’infermiera spingendo una barella. La lasciò davanti a noi e se ne andò.
Nella barella era stesa una signora anziana con addosso una coperta. Le si vedevano le spalle. Portava solo una sottoveste. Faceva schioccare le labbra come fanno i bambini quando hanno sete o quando hanno mangiato qualcosa che non gli è piaciuto. Guardava il soffitto. Gli uomini in camice le passavano a lato e neanche la guardavano. Mi voltai di nuovo. I calciatori stavano parlando animatamente con alcuni camici. Zampa da fenicottero si toccava il mento con il cellulare, in conversazione con due medici seri, le braccia conserte.
La porta tre si aprì e gridarono il mio nome.
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Per la versione in lingua originale:
http://zepolt.blogspot.com/2009/04/cap-vi-los-futbolistas.html
Ce ne rendemmo conto dopo aver vagato nel corridoio e aver chiesto ad un infermiere che non sapeva nulla. Ce lo disse una signora simpatica che già aveva esperienza. Se non lasciavi il foglietto in quel luogo specifico potevi aspettare dietro la porta tre tutto il tempo che volevi: nessuno ti avrebbe prestato attenzione. Un ragazzo che zoppicava accompagnato dal padre. Io con il mio collare e M che mi accompagnava. Eravamo le uniche richieste fino a quel momento. Mi sedetti a guardare la parete di fronte e M si mise a passeggiare. Poco dopo tornò e mi spiegò la ragione della confusione che si osservava nel lungo corridoio:
- Hai visto chi c’è seduto là? E’ un calciatore della Juve. E’ un brasiliano, si chiama Amauri.
Mi voltai sfacciatamente, con tutto il corpo, come solo può girarsi una persona col collare. Non avevo idea di chi fosse il calciatore in questione. Però in un secondo ti rendevi conto. Il calciatore firmava un foglietto che restituiva a una persona in camice, che sorrideva e gli dava la mano come fossero stati amici da anni.
Davanti al calciatore, un tipo con gli occhiali, completo grigio intonso e cravatta piana; parlava al cellulare. Le spalle appoggiate alla parete ma il corpo ad una sana distanza grazie alla posizione assunta. Il ginocchio piegato, la gamba alzata, la scarpa contro le piastrelle della parete. Come i fenicotteri.
Il calciatore e zampa da fenicottero erano insieme.
Il tempo passava e i camici e alcuni pazienti continuavano ad avvicinarsi a quella zona. Soprattutto quando arrivò un secondo calciatore. Il luogo si convertì in un Pronto Soccorso VIP.
- Anche quello è un giocatore della Juve. E’ argentino, ovviamente adesso è naturalizzato italiano. Si chiama Camoranesi – mi disse M.
I calciatori si salutarono amichevolmente e parlarono tra loro, non so in che lingua.
In quel mentre, dal fondo del corridoio arrivò un’infermiera spingendo una barella. La lasciò davanti a noi e se ne andò.
Nella barella era stesa una signora anziana con addosso una coperta. Le si vedevano le spalle. Portava solo una sottoveste. Faceva schioccare le labbra come fanno i bambini quando hanno sete o quando hanno mangiato qualcosa che non gli è piaciuto. Guardava il soffitto. Gli uomini in camice le passavano a lato e neanche la guardavano. Mi voltai di nuovo. I calciatori stavano parlando animatamente con alcuni camici. Zampa da fenicottero si toccava il mento con il cellulare, in conversazione con due medici seri, le braccia conserte.
La porta tre si aprì e gridarono il mio nome.
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Per la versione in lingua originale:
http://zepolt.blogspot.com/2009/04/cap-vi-los-futbolistas.html
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