- La dottoressa può riceverla venerdì alle 18.30 – mi disse una voce femminile al telefono, il lunedì seguente.
Io spiegai. Nel mio italiano. Lento e impacciato, le spiegai. E sperai che mi capisse. Erano due settimane che il dolore avvolgeva la nuca e scendeva a metà schiena estendendosi alle spalle. Stavo prendendo il Sirdalud, medicinale che stava servendo a fare buchi nell’acqua e nient’altro. L’unica cosa che volevo era un’impegnativa per essere visitata da uno specialista. Era già evidente che era necessario uno specialista.
- Però, questo lo dice la dottoressa o lo dice lei? – disse la voce di donna.
Io volli spiegare daccapo, ma mi interruppe.
- Ah, signora! Allora è lei a pensare di aver bisogno di uno specialista. Non funziona così. La dottoressa deve dapprima visitarla e determinare se lo specialista è effettivamente necessario. E la dottoressa non riceve se non su appuntamento. Che sarebbe nel giorno e all’ora che le ho indicato.
Provai a dimostrare l’urgenza del mio caso. Questa tornò a dire che la dottoressa riceveva solo su appuntamento.
- Non se ne è resa conto quando è stata all’ASL a scegliere il medico? Poteva sceglierne un altro che ricevesse senza appuntamento, eh?
Quindi dovetti ricorrere al piano d’emergenza. Chiamai mio marito che era a Milano, lui chiamò l’ambulatorio della dottoressa, quello stesso pomeriggio ritornò a Torino e ci ritrovammo di fronte alla segretaria – l’altra – della dottoressa che non avevamo mai neanche visto in faccia.
Prendemmo un cartoncino con un numero e ci accomodammo nella tradizionale sala d’attesa. Quarantacinque minuti dopo la segretaria gridò il nostro numero. Le spiegammo tutto. Fece una faccia divertita e compassionevole quando le raccontai i sintomi e la diagnosi di torcicollo. Riempì formulari. Fece domande. E ci rispedì in sala d’attesa. Quaranta minuti dopo gridò il mio nome. Ci diede alcuni foglietti rosa. Questi sono quelli buoni. Sono le impegnative. E i medicinali mutuabili, ossia quelli che passa lo Stato, sono anch’essi prescritti su foglietti rosa.
La dottoressa non sapeva con certezza di che cosa si trattasse (non mi aveva neanche vista). E quindi mi diede: un’impegnativa per i raggi X, un’impegnativa per una visita ortopedica e una per una visita fisiatrica, e una ricetta di Voltaren 100mg.
- E’ un medicinale a rilascio lento che ti calmerà il dolore con il passare delle ore – disse la segretaria.
E avrebbe potuto dirmi ‘patate fritte’ che avrebbe avuto lo stesso significato. Perchè quella notte il dolore non mi lasciava dormire. E dovetti ricorrere al mio vecchio ansiolitico per riuscire a riposare almeno un paio d’ore.
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Per la versione in lingua originale:
http://zepolt.blogspot.com/2009/04/cap-iv-la-burocrata-diva.html
Io spiegai. Nel mio italiano. Lento e impacciato, le spiegai. E sperai che mi capisse. Erano due settimane che il dolore avvolgeva la nuca e scendeva a metà schiena estendendosi alle spalle. Stavo prendendo il Sirdalud, medicinale che stava servendo a fare buchi nell’acqua e nient’altro. L’unica cosa che volevo era un’impegnativa per essere visitata da uno specialista. Era già evidente che era necessario uno specialista.
- Però, questo lo dice la dottoressa o lo dice lei? – disse la voce di donna.
Io volli spiegare daccapo, ma mi interruppe.
- Ah, signora! Allora è lei a pensare di aver bisogno di uno specialista. Non funziona così. La dottoressa deve dapprima visitarla e determinare se lo specialista è effettivamente necessario. E la dottoressa non riceve se non su appuntamento. Che sarebbe nel giorno e all’ora che le ho indicato.
Provai a dimostrare l’urgenza del mio caso. Questa tornò a dire che la dottoressa riceveva solo su appuntamento.
- Non se ne è resa conto quando è stata all’ASL a scegliere il medico? Poteva sceglierne un altro che ricevesse senza appuntamento, eh?
Quindi dovetti ricorrere al piano d’emergenza. Chiamai mio marito che era a Milano, lui chiamò l’ambulatorio della dottoressa, quello stesso pomeriggio ritornò a Torino e ci ritrovammo di fronte alla segretaria – l’altra – della dottoressa che non avevamo mai neanche visto in faccia.
Prendemmo un cartoncino con un numero e ci accomodammo nella tradizionale sala d’attesa. Quarantacinque minuti dopo la segretaria gridò il nostro numero. Le spiegammo tutto. Fece una faccia divertita e compassionevole quando le raccontai i sintomi e la diagnosi di torcicollo. Riempì formulari. Fece domande. E ci rispedì in sala d’attesa. Quaranta minuti dopo gridò il mio nome. Ci diede alcuni foglietti rosa. Questi sono quelli buoni. Sono le impegnative. E i medicinali mutuabili, ossia quelli che passa lo Stato, sono anch’essi prescritti su foglietti rosa.
La dottoressa non sapeva con certezza di che cosa si trattasse (non mi aveva neanche vista). E quindi mi diede: un’impegnativa per i raggi X, un’impegnativa per una visita ortopedica e una per una visita fisiatrica, e una ricetta di Voltaren 100mg.
- E’ un medicinale a rilascio lento che ti calmerà il dolore con il passare delle ore – disse la segretaria.
E avrebbe potuto dirmi ‘patate fritte’ che avrebbe avuto lo stesso significato. Perchè quella notte il dolore non mi lasciava dormire. E dovetti ricorrere al mio vecchio ansiolitico per riuscire a riposare almeno un paio d’ore.
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Per la versione in lingua originale:
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