domenica 3 maggio 2009

CAP.X. L’INTERMINABILE

Avevo provato a togliermi il collare. Tre ore dopo sentivo che la testa si era fatta di piombo e il collo di gomma. Decisi dunque di tenermelo, fino a che qualcuno non mi avesse dato indicazioni più precise. Il pomeriggio che mi fecero la risonanza magnetica lo portavo da dieci giorni.
Fu un processo quasi veloce. Scendere al sotterraneo dell’ospedale. Parlare con una segretaria. Riempire un formulario, restituirlo. E venti minuti dopo, qualcuno apriva la porta in fondo al corridoio e gridava il tuo nome. Al meno, quel giorno le cose andarono così.

- Vada in quello spogliatoio e si tolga il soprabito, il reggiseno e tutte le cosa di metallo che indossa – mi disse un’infermiera.

Lasciai tutto su una sedia lì dentro e uscii. Lo scenario era quello di un film di fantascienza degli anni cinquanta. Soffitto, pareti e pavimento erano in cemento grigio e freddo, tubi di vari diametri, di metallo argentato che andavano da un lato all’altro. Armadi, anch’essi metallici, alti e larghi.
Un medico si avvicinò e mi condusse nella stanza dell’apparecchio. Un’opera degna di Wells. Bottoni, luci e cavi dal soffitto al pavimento. Io dovevo stendermi sulla barella nera posta al centro di tutto ciò.

- La prego di star tranquilla. Si sforzi di non muoversi. E, soprattutto, è importante che respiri normalmente – disse.

Poi mi fece indossare delle cuffie, di quelle che usano coloro che danno indicazioni agli aereoplani sulla pista d’atterraggio. Il medico si mise dietro ad una parete di cristallo. E la barella si mosse fino a farmi entrare con la testa nella macchina. Subito cominciò il rumore. Non deve essere durato molto. Così mi disse M, che aspettava fuori. Però io soffro di claustrofobìa e ad un certo punto commissi l’imprudenza di aprire gli occhi. Pessima idea.

I risultati erano pronti il mercoledì seguente. Per la prestazione dovemmo pagare €36,15. Dopo aver aperto la busta che conteneva gli immensi fogli e l’interpretazione, leggemmo tre volte la parola “regolare” e una volta la frase “non si osservano”. M si sentì sollevato. In effetti, era positivo il fatto che non ci fosse nulla di grave. Però io avevo bisogno di qualcuno che mi facesse una diagnosi e che poi mi desse un trattamento per alleviare il dolore al collo irrigidito e, già che c’eravamo, anche per curarmi lo stomaco infiammato. E mi era entrata in testa la stolida idea che non stavo chiedendo la luna.
--------------------------------------------------------------------
Per la versione in lingua originale:
http://zepolt.blogspot.com/2009/04/cap-x-lo-inagotable.html

sabato 2 maggio 2009

CAP.IX. L’OVERDOSE

Per prima cosa bisognava conseguire le ricette per i medicinali. M si recò nel pomeriggio stesso nel consultorio della dottoressa.
Due ricette bianche e una rosa. L’altro era un medicinale che si vende senza ricetta. Dunque la somma saliva a €20.70 per il Muscoril, €14.04 la Ranitidina, €5.40 il Tachidol e €7.40 di alcool, cotone e siringhe; perchè cominciava la fiera delle iniezioni.
M non sapeva fare le punture. Passammo in rassegna le conoscenze e ne spuntò una dottoressa anestesista piuttosto vicina alla famiglia di M e soprattutto a casa. Ella consentì a venire due volte al giorno a farmi le punture. Ovviamente, interrompere la propria esistenza durante una settimana per infilare un ago nella pelle di una sconosciuta, può risultare fastidioso. Cosicchè il secondo giorno M dovette imparare. E io a sopportare il dolore di una mano inesperta che mi iniettava il liquido bruciante, per dargli confidenza.
Però, ciò si risolse così come si risolve ciò che tocca a uno risolvere. Con il tempo e la volontà.
Nello stesso tempo, M tirava su la cornetta e componeva numeri telefonici e chiedeva quando ci fosse uno spazio disponibile per una risonanza magnetica, e per un appuntamento con un ortopedico.
A maggio, gli dicevano gli ottimisti. A giungo, la maggioranza. Ovvio, alcuni gli dicevano che non c’era neanche un buco. L’unica via possibile pareva essere quella privata.
L’aspetto negativo di questa strada erano i prezzi. Si attestavano attorno ai €300. Cioè a dire, il 60% dell’affitto mensile del nostro appartamento, spese incluse. M continuò a cercare e incontrò un posto dove ti facevano l’esame per €180, dunque prendemmo appuntamento per il lunedì successivo. E cominciammo a raccontare l’aneddotto. Lì, qualcuno ci disse:

- Posso chiamare un’amica che lavora al tal ospedale, fatemi vedere quello che riesco a fare.

E il giorno seguente avevamo un appuntamenti per il venerdì. In un ospedale pubblico. Era apparso un posto libero dopo che la persona giusta aveva chiamato l’amico appropriato. Magìa.

Le iniezioni alleviavano il dolore, lentamente e docilmente. Frattanto, lo stomaco mi andava a fuoco e l’intestino mi si infiammava, duro e doloroso. Il Tachidol lo prendevo per le notti, per poter dormire. Per quanto poi mi addormentavo a qualsiasi ora del giorno, cosa che era spesso un sollievo. Il posteriore mi si stava chiazzando di macchie verdi e viola. Però in quel frangente, oltre al dolore che mi portavo dietro da venti giorni, pensavo che forse il dolore aggiuntivo era necessario e che valeva la pena essere sopportato. Perchè mi stava curando.
Uno pensa queste cose. Siamo talmente disabituati alla verità, che chissà quale danno ci può fare conoscerla, in questi casi. O in generale.
--------------------------------------------------------------------
Per la versione in lingua originale:

http://zepolt.blogspot.com/2009/04/cap-xix-la-sobredosis.html

mercoledì 29 aprile 2009

CAP.VIII. NIENTE

- Io qua non vedo niente – disse il medico.

Mi avevano dato i raggi X stampati su fogli bianchi. Come positivi e non come negativi, cui ero da sempre abituata.
Il dottore guardò i fogli da vicino. E ci raccontò che le ossa delle mie vertebre c’erano tutte ed erano intatte.

- Non c’è nessuna frattura nè niente – disse.

E non so se M si sentisse sollevato ad ascoltarlo, ma a me non cambiava niente. Uno conosce il proprio corpo e quanto dolore è capace di sopportare. Mica mi ero sorbita diciassette giorni con la cervicale rotta rimanendo comunque in piedi.

- Raccomanderei una risonanza magnetica per escludere qualsiasi danno grave – continuò.

Ci riconsegnò la busta con i raggi X. E ci diede un foglio con la sua valutazione. La diagnosi era “cervicalgia in postumi di distrazione rachide cervicale”. Da trattarsi così:

“Collare di Sanz con finalità antalgiche per altri 5-7 giorni, graduale abbandono RMN rachide cervicale controllo clinico in ambulatorio di chirurgia vertebrale con RMN cervicale riposo funzionale rachide cervicale per 10 giorni Voltaren 1 fl + Muscoril 1 fl x2/di per 5/6di poi Tachidol busta x2 di per 4-5di Ranitidina 300 1 cp x la notte.”

Non dovemmo pagare il ticket. Mi disse che se il collare mi avesse tirato molto il collo, di abbandonarlo. E poi mi disse che era necessario vedere un ortopedico, una volta che avessi in mano i risultati della risonanza magnetica.

- Prendete subito appuntamento allo sportello – disse accomiatandosi, e ci diede la mano.

Ci andammo. Prendemmo il numerino. Io mi sedetti ed M fece la coda. C’era solo una signora davanti a lui. Poi spuntò un signore che aveva un numerino più basso a quello di M, e già si sa. Poi tornò la signora e chiese di passare di nuovo perchè si era dimenticata di chiedere una cosa. M riuscì ad arrivare allo sportello con una scorta residua di pazienza.
E lì la lasciò tutta, la pazienza, e le forze che aveva in corpo quel giorno. Parlò, rise, congiunse le mani, domandò, spiegò, guardò in alto, in basso. Però, ottenne la stessa risposta. I tempi sono quelli che sono. Le cose stanno come stanno.

- C’è un posto l’undici di maggio.

Era il 31 marzo.
Lasciammo il CTO in un silenzio quasi teso. Non sapevamo con certezza che cosa avesse il mio collo; dovevamo fissare un appuntamento con un ortopedico che potesse visitarmi, perlomano nel mese di aprile; e bisognava fissare un appuntamento per una risonanza magnetica. Come se quella potesse essere un’impresa semplice.
--------------------------------------------------------------------
Per la versione in lingua originale:
http://zepolt.blogspot.com/2009/04/cap-viii-nada.html

martedì 28 aprile 2009

CAP.VII. ANCORA I CALCIATORI

Non saprei se considerarla una fortuna. Comunque, ho avuto a che fare con fotografi d’ossa in svariate occasioni. Conosco le domande e le indicazioni di routine: niente metallo, via i tessuti spessi, è incinta?
Ma c’è una prima volta per tutto.

- Signora, metta la testa dritta… no, signora, no… non sta tenendo dritta la testa… signora, deve mettere la testa dritta… signora…

E’ stata la prima volta che, con accento piemontese, mi sono sentita ripetere numerose volte un’indicazione senza indicazione. A sinistra, a destra, su o giù? Che cosa mancava perchè fosse dritta? L’orìllese a la orilla* della polizia stradale chilanga** mi parve persino esplicativo.
E non ci provo gusto. E’ solo un’osservazione.

Uscii dalla stanza dei raggi X. Nel lungo corridoio le cose sembravano uguali a prima. Mi sedetti. M passeggiò.
Dopo un po’, la porta tre si aprì ed il calciatore argentino entrò. Mi resi quindi conto che qualcosa era cambiato. L’elegante zampa da fenicottero e i dottori con cui parlava, si era spostato da dove era prima; e, adesso, emergevano dal fondo del corridoio da dove, con la coda dell’occhio, riuscivo appena a scorgerli.
Giunsero fino a dove il calciatore brasiliano stava rispondendo alle domande di un paziente-tifoso. Gli dissero qualcosa. Il calciatore si alzò.
Uno dei due camici suonò il campanello di una porta metallica che si aprì subito e tutti entrarono, tranne zampa da fenicottero che si stava già allontanando e parlava al cellulare. La porta metallica conduceva alla stanza della risonanza magnetica.
Il calciatore argentino uscì dalla porta tre e si avvicinò a zampa da fenicottero. Camminarono insieme nel corridoio e si persero nel fondo. Zampa da fenicottero ritornò da solo. Con il cellulare appiccicato all’orecchio, riannodandosi la cravatta. Suonò il campanello alle risonanze magnetiche. Ed entrò, cellulare, cravatta piana, completo grigio.

Davanti a me, l’anziana signora era ancora sepolta sulla barella. Sotto una coperta. Era trascorsa più di mezz’ora da quando l’infermiera l’aveva parcheggiata lì. Fissava il soffitto, faceva schioccare la lingua. Io mi alzai ed ella percepì immediatamente una presenza umana. O qualcosa del genere.

- Mi scusi, signorina – mi disse.

Io le dissi, mi dica, e mi avvicinai. E proprio in quel momento una voce da dietro le spalle disse Nonna! E una ragazza con i capelli corti mise una mano sulla coperta e la signora anziana ammutolì, abbandonandosi ad un pianto incontrollato.
La ragazza mi ringraziò e io non seppi come spiegarle che in realtà non c’era nessun motivo di ringraziarmi. Che il caso aveva voluto che mi trovassi di fianco a sua nonna al suo arrivo. Che io ero l’ennesimo spettatore impassibile in quel circo dell’assurdo.

Capii che la signora anziana era caduta. In strada. Forse le era toccato un quadratino bianco dopo aver parlato con l’infermiere.
Zampa da fenicottero ed il calciatore brasiliano, nel frattempo, uscirono dalle risonanze magnetiche e si persero in fondo al corridoio. Non so cosa ci fosse là. A noi ci avevano detto di seguire una linea tracciata sul pavimento che conduceva dall’ambulatorio al lungo corridoio, e seguimmo la medesima per ritornare indietro; dopo un po', quando uscì un camice bianco per consegnarmi una busta con i miei raggi X.
La signora anziana e sua nipote erano ancora là. Nessun camice, medico o infermiere, si era avvicinato a loro.

* orìllese a la orilla = quasi intraducibile, si metta da un lato, a un lato
** chilanga = tipica di Città del Messico
--------------------------------------------------------------------
Per la versione in lingua originale:
http://zepolt.blogspot.com/2009/04/cap-vii-los-futbolistas-todavia.html

lunedì 27 aprile 2009

CAP.VI. I CALCIATORI

Fuori dalla porta tre c’era un mobiletto basso; sopra, un portadocumenti di plastica. Bisognava depositare lì le richieste per le lastre.
Ce ne rendemmo conto dopo aver vagato nel corridoio e aver chiesto ad un infermiere che non sapeva nulla. Ce lo disse una signora simpatica che già aveva esperienza. Se non lasciavi il foglietto in quel luogo specifico potevi aspettare dietro la porta tre tutto il tempo che volevi: nessuno ti avrebbe prestato attenzione. Un ragazzo che zoppicava accompagnato dal padre. Io con il mio collare e M che mi accompagnava. Eravamo le uniche richieste fino a quel momento. Mi sedetti a guardare la parete di fronte e M si mise a passeggiare. Poco dopo tornò e mi spiegò la ragione della confusione che si osservava nel lungo corridoio:

- Hai visto chi c’è seduto là? E’ un calciatore della Juve. E’ un brasiliano, si chiama Amauri.

Mi voltai sfacciatamente, con tutto il corpo, come solo può girarsi una persona col collare. Non avevo idea di chi fosse il calciatore in questione. Però in un secondo ti rendevi conto. Il calciatore firmava un foglietto che restituiva a una persona in camice, che sorrideva e gli dava la mano come fossero stati amici da anni.
Davanti al calciatore, un tipo con gli occhiali, completo grigio intonso e cravatta piana; parlava al cellulare. Le spalle appoggiate alla parete ma il corpo ad una sana distanza grazie alla posizione assunta. Il ginocchio piegato, la gamba alzata, la scarpa contro le piastrelle della parete. Come i fenicotteri.
Il calciatore e zampa da fenicottero erano insieme.
Il tempo passava e i camici e alcuni pazienti continuavano ad avvicinarsi a quella zona. Soprattutto quando arrivò un secondo calciatore. Il luogo si convertì in un Pronto Soccorso VIP.

- Anche quello è un giocatore della Juve. E’ argentino, ovviamente adesso è naturalizzato italiano. Si chiama Camoranesi – mi disse M.

I calciatori si salutarono amichevolmente e parlarono tra loro, non so in che lingua.
In quel mentre, dal fondo del corridoio arrivò un’infermiera spingendo una barella. La lasciò davanti a noi e se ne andò.
Nella barella era stesa una signora anziana con addosso una coperta. Le si vedevano le spalle. Portava solo una sottoveste. Faceva schioccare le labbra come fanno i bambini quando hanno sete o quando hanno mangiato qualcosa che non gli è piaciuto. Guardava il soffitto. Gli uomini in camice le passavano a lato e neanche la guardavano. Mi voltai di nuovo. I calciatori stavano parlando animatamente con alcuni camici. Zampa da fenicottero si toccava il mento con il cellulare, in conversazione con due medici seri, le braccia conserte.
La porta tre si aprì e gridarono il mio nome.
--------------------------------------------------------------------
Per la versione in lingua originale:
http://zepolt.blogspot.com/2009/04/cap-vi-los-futbolistas.html

domenica 26 aprile 2009

CAP.V. IL PRONTO SOCCORSO

I tempi di attesa ufficiali dicevano: fare le lastre martedì, aspettare fino a venerdì per i risultati. E nel frattempo prendersi il Voltaren che lasciava intatto il dolore. Era un piano di merda.
Mio marito fece alcune telefonate prima di capire che ciò che ci aveva detto la segretaria della dottoressa era una sporca menzogna.

- Certo che può andare al Pronto Soccorso, però non glielo consiglio. Potreste arrivare ed aspettare sei ore prima che vi facciano le radiografie. E anche quando le abbiate fatte, possono non darvele se si rendono conto che non avete nulla di grave.

Questo disse. Tuttavia, un dottore amico dello zio; e un cugino, dissero a M che mi portasse al Pronto Soccorso, che non è nient’altro che il servizio di Urgenza di un qualsiasi ospedale.

Raccontai la mia storia alla donna all’accettazione mentre mio marito parcheggiava l’auto.

- Però è già stata vista da un medico, sennò chi le ha detto di mettersi il collare? – disse la donna.

Le spiegai che, in pratica, me l’ero prescritto da sola. Alzò gli occhi al cielo e mi porse un foglio con un numero e un quadratino bianco. Le emergenze al CTO vengono catalogate per colore. Il rosso passa subito perchè è in pericolo la vita del paziente. Poi vengono il giallo e il verde. E poi il bianco.
Circa quindici minuti dopo M ed io passavamo con un infermiere. Fece alcune domande e riempì un formulario. Ritornammo alla sala d’aspetto. C’erano anche altri due, un uomo e una donna, che portavano il collare. Passarono altri venti minuti e gridarono il mio numero.

Il dottore che mi ricevette era giovane. Mi sedetti sul lettino. Mi ruotò il collo con le mani e cominciò a stringere. E mi mandò direttamente alla sala raggi X.
Era passata poco meno di un’ora dal nostro arrivo.
--------------------------------------------------------------------
Per la versione in lingua originale:
http://zepolt.blogspot.com/2009/04/cap-v-el-pronto-socorso.html

giovedì 23 aprile 2009

CAP.IV. LA BUROCRATE DIVA

- La dottoressa può riceverla venerdì alle 18.30 – mi disse una voce femminile al telefono, il lunedì seguente.

Io spiegai. Nel mio italiano. Lento e impacciato, le spiegai. E sperai che mi capisse. Erano due settimane che il dolore avvolgeva la nuca e scendeva a metà schiena estendendosi alle spalle. Stavo prendendo il Sirdalud, medicinale che stava servendo a fare buchi nell’acqua e nient’altro. L’unica cosa che volevo era un’impegnativa per essere visitata da uno specialista. Era già evidente che era necessario uno specialista.

- Però, questo lo dice la dottoressa o lo dice lei? – disse la voce di donna.

Io volli spiegare daccapo, ma mi interruppe.

- Ah, signora! Allora è lei a pensare di aver bisogno di uno specialista. Non funziona così. La dottoressa deve dapprima visitarla e determinare se lo specialista è effettivamente necessario. E la dottoressa non riceve se non su appuntamento. Che sarebbe nel giorno e all’ora che le ho indicato.

Provai a dimostrare l’urgenza del mio caso. Questa tornò a dire che la dottoressa riceveva solo su appuntamento.

- Non se ne è resa conto quando è stata all’ASL a scegliere il medico? Poteva sceglierne un altro che ricevesse senza appuntamento, eh?

Quindi dovetti ricorrere al piano d’emergenza. Chiamai mio marito che era a Milano, lui chiamò l’ambulatorio della dottoressa, quello stesso pomeriggio ritornò a Torino e ci ritrovammo di fronte alla segretaria – l’altra – della dottoressa che non avevamo mai neanche visto in faccia.
Prendemmo un cartoncino con un numero e ci accomodammo nella tradizionale sala d’attesa. Quarantacinque minuti dopo la segretaria gridò il nostro numero. Le spiegammo tutto. Fece una faccia divertita e compassionevole quando le raccontai i sintomi e la diagnosi di torcicollo. Riempì formulari. Fece domande. E ci rispedì in sala d’attesa. Quaranta minuti dopo gridò il mio nome. Ci diede alcuni foglietti rosa. Questi sono quelli buoni. Sono le impegnative. E i medicinali mutuabili, ossia quelli che passa lo Stato, sono anch’essi prescritti su foglietti rosa.
La dottoressa non sapeva con certezza di che cosa si trattasse (non mi aveva neanche vista). E quindi mi diede: un’impegnativa per i raggi X, un’impegnativa per una visita ortopedica e una per una visita fisiatrica, e una ricetta di Voltaren 100mg.

- E’ un medicinale a rilascio lento che ti calmerà il dolore con il passare delle ore – disse la segretaria.

E avrebbe potuto dirmi ‘patate fritte’ che avrebbe avuto lo stesso significato. Perchè quella notte il dolore non mi lasciava dormire. E dovetti ricorrere al mio vecchio ansiolitico per riuscire a riposare almeno un paio d’ore.

--------------------------------------------------------------------
Per la versione in lingua originale:
http://zepolt.blogspot.com/2009/04/cap-iv-la-burocrata-diva.html